Catal Huyuk
Vagabondando qua e là per il passato, in cerca di spunti e suggestioni, ho trovato…
CATAL HUYUK
Ma perché mi ci sono soffermata?
Catal Huyuk è un villaggio dell’Anatolia (odierna Turchia) sviluppatosi dal 6.500 al 5.720 ca. a.C., cioè è una delle più antiche città che si conoscano.
Prima di quell’epoca, infatti, l’uomo viveva in piccoli gruppi senza una sede stabile e si spostava a seconda delle stagioni e delle migrazioni degli animali, usufruendo delle risorse che la natura gli offriva spontaneamente (caccia, raccolta di prodotti vegetali).
Con il 6.500 a.C. avviene una sorta di rivoluzione economica e sociale con vere e proprie invenzioni (sedentarietà, allevamento, agricoltura solo per citarne alcune) che porteranno alla fioritura delle grandi civiltà e della storia propriamente detta, in cui l’uomo non solo utilizza ma cambia e modifica le risorse naturali secondo le sue necessità.
A Catal Huyuk numerosissime sono le scoperte e i ritrovamenti importanti fatti fra le sue case e i suoi santuari costruiti in mattoni crudi, e alcune riguardano il mondo del tessile.
In particolare, una sepoltura ha restituito le più antiche stoffe che si conoscano: un catastrofico incendio avvenuto nel 5.880 a.C. ne ha infatti carbonizzate le fibre mantenendo invece intatta la struttura e l’aspetto esteriore.
Purtroppo tutte le analisi eseguite non sono state in grado di riconoscere la natura tessile, cioè non sappiamo se era vegetale (lino) o animale (lana), mentre i dati archeologici indiretti (fusaiole per filare la lana, semi di lino, ecc.) ci confermano la conoscenza di entrambe le tecniche in quest’epoca.
Si tratta di vari frammenti di tessuto filato e preparato bene e con cura: i fili risultano infatti perfettamente lisci (senza quel “pelo” dato da poca abilità o da fretta) e paralleli fra loro. A telaio (erano già in uso sia quelli verticali sia quelli orizzontali) con l’armatura tessile più semplice, l’armatura tela, cioè un incrocio ortogonale a scacchi di trama e ordito, in maniera molto fine (12 x 15 fili al cm). In alcuni casi la trama era poco battuta, tanto da risultare trasparente, ed erano necessari dei nodi nei punti dove i fili erano giuntati. Sono presenti frammenti con la cimosa, con l’ultima riga della trama, con un rammendo eseguito con ago e filo più grosso e un orlo ripiegato e cucito con una impuntura (il punto sfilza era già conosciuto!).
Questi frammenti non conservavano naturalmente (va ricordato: sono carbonizzati) alcuna traccia di una eventuale decorazione, ma alcuni dati suggestivi ci indicano che essa doveva essere molto ricca.
Sulle pareti di numerose costruzioni del villaggio, infatti, si sono trovate delle pitture. Alcune raffigurano figure umane o animali, ma altre… altre, con i loro motivi geometrici fanno pensare a decorazioni ben definite.
È opinione comune che si tratti infatti di veri e propri tromple-l’oeil, inganni ottici, ossia pitture parietali che imitano stoffe: arazzi e tappeti che probabilmente veniva usati abitualmente. Addirittura si è tentati di pensare che i modelli veri che hanno ispirato queste decorazioni fossero gli antenati dei moderni Kilim, tappeti turchi rasati con motivi a svastiche, strisce, rettangoli e triangoli.
Ho riportato qui alcuni schemi in bianco e nero di queste pitture, a volte molto frammentarie.
I colori spaziono dal bianco, crema, grigio, camoscio, al rosso, arancione e nero, tutti ben dosati e mescolati in alternanze e giochi di tinte.
Triangoli, losanghe, linee a zig-zag o ondulate, rettangoli riempiti con motivi che richiamano la Union Jack inglese, quadrati campiti da rombi concentrici sempre più piccoli, fiori stilizzati, imitazioni di reti o fili intrecciati, croci e corna sono alcuni dei numerosi temi ornamentali.
In alcuni casi, a rafforzare ancor più l’idea di una copia di un tessuto, sono presenti bordi a chiusura del fregio con tacchette che fanno pensare all’impuntura dell’orlo.
Sugli originali la decorazione veniva almeno in alcuni casi ottenuta probabilmente a pittura dopo la tessitura, con l’utilizzo di piccoli sigilli con cui veniva stampigliato anche il corpo umano.
Non abbiamo ancora testimonianze di ricamo né di applicazioni e neppure della tecnica di tessitura a fessure dei Kilim moderni.
Il perché di tutta questa carrellata storica e un po’ noiosa?
Be’, guardate questi motivi e questi schemi: non sono a volte quasi attuali e trasportabili facilmente in un quilt a patchwork?
Sì, i triangoli in fila sono forse banali e soliti, ma arricchiti con un pallino o un puff al centro? O perché non alternare triangoli a strisce con altri pieni come in quell’altro esempio? O ancora, utilizzare i piccoli sigilli per un’impuntura.
E soprattuto, riprendendo e interpretando dei ricordi del nostro passato così lontani, ci fa piacere pensare a uomini e donne che più di 8.000 anni fa come noi amavano ricamando, colorando o magari proprio cucendo, accostare colori e geometrie per realizzare i loro arredi tessili.
(schemi rielaborati da JAMES MELLAART, 1967, Catal Huyuk. A Neolithic Town in Anatolia ed. Thames and Hudson)
Articolo pubblicato sulla rivista QuiltItaliaNews, anno III, n.4 1998. Al tempo era solo in bianco e nero, per questo gli schemi non sono colorati.















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